

"C'è qualcosa di più importante della logica: è l'immaginazione."
Cosi' diceva Alfred Hitchcock, riprendendo un principio espresso, non molti anni prima, da Albert Einstein: "L'immaginazione è più importante della conoscenza. La conoscenza è limitata, l'immaginazione abbraccia il mondo."
E forse ancora oggi, nel 2010, vale la pena rifletterci su...
Editoriale - Aprile 2010
di Giancarlo Manfredi
“E’ l’interpretazione misterica ciò che consente all’uomo di riconoscere la maschera che indossa, così da potersene difendere. Estraniandosi dalla narrazione della vita per calarsi in una narrazione cosciente, raccolti intorno al fuoco, immersi nella lettura di un libro o affascinati dalle immagini del teleschermo, gli uomini incontrano se stessi, o meglio in quegli universi fantastici in cui si immergono in quei momenti incontrano gli stessi miti, le stesse maschere, che ogni giorno indossano e affrontano nel mondo.” (Stephen Larsen, L’immaginazione mitica)
Guardate con attenzione questa immagine: cosa troverà il nostro eroe solitario oltre il portello pressurizzato:
a) Un nemico implacabile? Un mostro, forse?
b) Avventura, onore e gloria oltre all’immancabile principessa da salvare?
c) Spazio desolato, gelido e vuoto?
d) Le sue paure?
e) Ciò che ha lasciato dietro le spalle?
f) La sua solitudine?
g) Il suo destino?
h) O, più semplicemente, una festa a sorpresa?
No, tranquilli, non vi stiamo sottoponendo ad un test psicologico basato sulla valutazione della vostra capacità immaginativa: è solo un gioco che vogliamo condividere con voi, sulle emozioni che una stimolazione sensoriale - in questo caso l’evocativa immagine di copertina - è in grado di suscitare.
Del resto possiamo pensare alla nostra mente come ad un simulatore di universi in grado di elaborare, sia la realtà che conosciamo sia una realtà che (ancora) non c’è.
Non è un caso se spesso i bambini vengono segretamente invidiati quando lavorano di fantasia per inventare nuove soluzioni e rielaborare le emozioni: provate ad osservarli, magari dopo averli portati ad assistere a uno spettacolo particolarmente coinvolgente...
Negli adulti il ragionamento razionale è spesso sovrastimato, talvolta fino all’inibizione della fantasia creativa, per arrivare in casi estremi a condannare l’immaginazione stessa come devianza sociale.
Assistiamo così ad un paradosso, quando la stessa denigrata capacità potrebbe rivelarsi uno strumento essenziale alla risoluzione di numerosi problemi. Di fatto se l’intelligenza, almeno in prima istanza, è la capacità di adattarsi al mutamento con soluzioni sempre nuove, la fantasia ne diventa componente essenziale.
Se poi consideriamo la velocità degli eventi, quasi esponenziale, che sperimentiamo nel nostro vissuto quotidiano…
Altro aspetto da considerare è l’importanza dell’affabulazione: narrare storie - che sia attorno ad un fuoco o attraverso lo schermo di un cinema IMAX - fa parte, non solo della crescita personale dell’individuo, ma anche dell’affermazione di un’identità culturale e del rafforzamento dei sentimenti di coesione di un gruppo. Nelle mitologie troviamo le radici di un’immaginazione condivisa che non è superstizione, ma tentativo di interpretazione degli eventi e di trasmissione della conoscenza. Dobbiamo domandarci se saremmo mai andati fin sulla Luna senza il mito di Icaro e se mai arriveremo ad altri mondi senza quello – leggermente più attualizzato - di Star Trek.
Stiamo esagerando? Di certo possiamo leggere nelle biografie di molti scienziati e astronauti come i viaggi dell’astronave Enterprise abbiano condizionato il loro immaginario adolescente e, in definitiva, le loro scelte da adulti.
Ci sono, naturalmente, anche delle controindicazioni alla fervida fantasia come, ad esempio, quando il portello pressurizzato (l’astronave, lo stargate, il portale magico, …) arriva a condurre il nostro eroe verso una fuga dalle difficoltà reali o, peggio ancora, se la capacità immaginativa di una persona è così ricca e vivida di particolari catastrofici da inibire, scelte, iniziative e azioni.
In questi casi si parla di “vissuto immaginativo” e della conseguente necessità di un percorso di crescita per superare la sua dipendenza emotiva; tuttavia le stesse terapie di supporto prevedono il ricorso all’immaginazione mitica, alla narrazione di mondi fantastici, alla composizione di scenari (una sorta di teatro della mente) dove alla fine il paziente può vivere la sua personale catarsi e liberarsi delle sue fobie.
Molti autori di fantascienza hanno affrontato il tema di un punto d’ingresso verso i reami dell’immaginario: per brevità cito solo il romanzo di Philip Farmer, “La rabbia di Eric il rosso” e la novella “La soglia” di Ursula LeGuin.
In entrambi i casi, un passaggio segreto conduceva i protagonisti - giovani disadattati - verso un mondo fiabesco, dove le gesta eroiche, ma anche ciascun personaggio e ogni minaccia da risolvere, erano lo specchio dei loro guai nel mondo reale.
L’immaginazione è quindi una potente arma, se pure a doppio taglio: ci fa sognare ed evadere dai guai quotidiani, ci suggerisce nuove strade da percorrere e soluzioni alternative mai pensate, ci aiuta nei riti di socializzazione ma, nel contempo, può trasformarsi in una “sirena” che irretisce con le sue dolcezze, ma non permette più di vedere gli aspri scogli sulla nostra rotta.
Non crediamo peraltro che tutto debba ricondursi ad un mero calcolo “costi/benefici”: la capacità immaginativa fa parte del nostro modo di essere o, in altri termini, è componente radicata nel nostro patrimonio genetico.
Negli anni ‘80, uno dei maggiori ricercatori di Scienze Cognitive, Douglas Lenat, aveva sviluppato un programma, Automatic Mathematician, capace di esplorare nuove idee matematiche a partire da alcuni concetti standard; dopo i primi promettenti esiti il programma aveva però smesso di dare risultati. La versione successiva, Eurisko, in grado di fare ricerche nei campi più disparati aveva conseguito ottimi risultati nei giochi di strategia, ma dopo poco tempo venne a soffrire “blocchi” sempre più frequenti. Leggenda informatica vuole che il programma auto-elaborò l’idea di cancellare tutte le sue idee, ma l’idea stessa si cancellò prima di riuscire a fare ulteriori danni.
In definitiva: cos’é che distingue un software dal nostro modo di elaborare la realtà?
Una prima risposta riguarda la quantità di cognizioni (informazioni e metodi per elaborarle) che noi diamo per scontate pur dopo un apprendistato durato anni.
Entriamo qui nel regno della semantica: sempre il nostro scienziato, negli anni successivi, iniziò a coinvolgere esperti nei settori più svariati per popolare il database di un nuovo software (chiamato Cyc da EnCYClopedia), di centinaia e centinaia di fatti e regole; ad oggi il progetto ha acquisito oltre un milione di “informazioni di base” (termini di senso comune e di cultura generale) ed é capace di interpretare frasi, di leggere un giornale, un sito e, forse, in futuro sarà in grado di conversare con cognizione di causa.
Negli ambienti universitari già si parla di funzioni randomiche basate su algoritmi frattali: la creatività nelle macchine resta però ancora distante e per questo, pur con una dose di sano buon senso, dobbiamo perseguire e coltivare questa nostra capacità.
Ora, a conclusione del nostro percorso, avrete certamente intuito che l’eroe dell’immagine di copertina ci rappresenta quali singoli individui e che, alla fine del gioco, ognuno di noi “deve” trovare la sua personale risposta: la domanda resta però la stessa, cosa ci attende oltre quel portello pressurizzato?
Immaginate.
"Abbiamo bisogno di più consapevolezza della natura umana, perché l'unico pericolo reale che esiste è l'uomo in se stesso" (Carl Jung)