“Tutti noi ce la prendiamo con la storia
ma io dico che la colpa è nostra
è evidente che la gente è poco seria
quando parla di sinistra o destra.”
(Giorgio Gaber)
Può diventare etica l’economia? In un futuro come quello di Star Trek è cosa certa. E nel nostro di futuro? Difficile a dirsi, ma la speranza è che perlomeno quella che verrà possa essere un’economia "logica".
Editoriale - Maggio 2010
di Giancarlo Manfredi

“
L’economia del futuro è piuttosto diversa: il denaro non esiste nel XXIV secolo, l’acquisizione della ricchezza non è più la forza motrice delle nostre vite. Noi lavoriamo per migliorare noi stessi e il resto dell’umanità.” (Jean-Luc Picard, dal film Star Trek: Primo Contatto)
Ai tempi dell’università (tanto tempo fa, in una galassia lontana), seguivo le lezioni del professor
Sylos Labini.
La Sapienza di Roma era, in quel periodo, un enorme, affollato esamificio.
Inefficiente, dispersivo, dogmatico e baronale, l’istituto universitario mi appariva distante anni luce dai principi della diffusione di cultura e ricerca. Ciononostante mi alzavo volentieri all’alba per “conquistarmi il posto” e poter assistere ad alcune materie che mi affascinavano e, pur non essendo un “economista”,
l’Economia Politica era tra queste.
Non saprei spiegarvi il perché di tale interesse (che andava ben oltre le mie passioni dell’epoca, ovvero la fantascienza, il basket e le ragazze), forse era l’intrigante idea che fosse possibile comprendere il funzionamento della nostra società tramite modelli matematici in una sorta di
Psicostoriografia di asimoviana concezione.
Sta di fatto che apprezzavo il pensiero degli economisti classici quando, partendo da osservazioni e ragionamenti semplicissimi sui meccanismi che regolavano la vita della nostra società, arrivavano a costruire modelli coerenti.
Ancora oggi, quando seguo al telegiornale le notizie in ambito economico, cerco di inserire i tasselli di questo complicato “puzzle” in un quadro più ampio e sistematico, ma a ben rifletterci, è un’impresa impossibile.
In parte perché non è così semplice trovare ed isolare le informazioni “che contano” dall’enorme quantità di “rumore” che ci perviene. Poi va considerato che la complessità e la velocità del nostro presente vanno ben oltre le comuni capacità d’analisi.
Infine perché ho il sospetto, credo ampiamente condiviso, che l’economia attuale sia un
fenomeno caotico e, soprattutto,
IL-LO-GI-CO.
“
La teoria tradizionale vuole, infatti, che gli esseri umani siano capaci di prendere decisioni razionali e che mercati e istituzioni siano, nell’insieme, in grado di auto-regolarsi in modo soddisfacente. Ma la crisi economica globale ha frantumato questi due articoli di fede e ci ha forzato a riconsiderare le nostre false credenze su come i mercati, le aziende e le persone operano.” (Dan Ariely, professore di economia comportamentale alla Duke University)
Alcuni presupposti, quali l’infinita disponibilità delle risorse, la negazione dell’impatto ambientale di una società votata al consumo, l’idea che il benessere possa essere perseguito sullo sfruttamento del lavoro nei pesi economicamente meno avanzati, che il valore di beni e servizi primari possa essere collegato alla sola formula della domanda e offerta, che la soddisfazione marginale provenga dal possesso di beni, ebbene sembrano più consoni al diciannovesimo secolo che non alla coscienza e sensibilità del nostro tempo.
Viene immediato il paragone con il ventitreesimo secolo di Star Trek e con l’economia etica professata dagli eroi dell’Enterprise, un approccio decisamente utopistico alla
Teoria del valore, laddove non è più l’acquisizione di ricchezze il motore dell’individuo.
I punti cardine di questa economia immaginaria sono significativi:
Certo, gli aspetti rilevanti di un tale sistema si basano su acquisizioni tecnologiche, di là a venire, che possono garantire la libertà dell’individuo sia dalla necessità di accumulare credito (nella valuta o forma che preferite) che di essere “incatenato” ad una prestazione d’opera per garantirsi la sopravvivenza.
Utopie che, tuttavia, non sottovalutano il “giusto peso” del lavoro umano, inteso come forma di realizzazione personale, creatività e aspirazione al miglioramento e alla felicità.
Tutti gli eroi di Star Trek concordano, infatti, che la qualità di un piatto gastronomico o di un vino realizzato a mano e con metodi tradizionali non ha nulla a che vedere con il sapore omologato di un cibo o di una bevanda che esce da una macchina, e che un oggetto realizzato e assemblato con sistemi artigianali ha in se il valore dell’unicità e dell’originalità dovuto al lavoro e all’estro umano. Invidiando, talora, l’idea di un apprendistato inteso quale forma di eredità culturale e non come obbligo scolastico.
Purtroppo, sulla base di questi presupposti, crollerebbe l’intera nostra economia contemporanea dove, ancora oggi, valgono i seguenti principi:
1. Il controllo delle fonti di produzione energetica tende ad essere concentrato nelle mani di oligopoli (del petrolio e dei suoi derivati o del nucleare a fissione) e viene avversato ogni tentativo di realizzare delle reti di autoproduzione energetica basato sulle
fonti rinnovabili o comunque su fonti che potrebbero essere non localizzate (ovvero ricavate indipendentemente e su scala distribuita), quali ad esempio l’
idrogeno.
2. La produzione agro-alimentare rischia sempre più di diventare monoculturale (se non addirittura quella degli OGM) a scapito della
biodiversità e dell’indipendenza dei
produttori locali.
3. La produzione di beni segue regole di delocalizzazione estremi, tali da far arrivare oggetti dall’altra parte dell’emisfero nonostante gli evidenti costi (leggi disastri ambientali) di produzione, trasporto e logistica e fa nascere “un lieve sospetto” di sfruttamento dei lavoratori nei paesi in via di sviluppo.
4. Beni e servizi primari (dall’accesso all’acqua alla prima casa, dalla sanità all’istruzione) continuano ad essere vincolati sempre più alle regole del mercato a discapito delle fasce di reddito meno protette e alla fornitura di un effettivo servizio universale.
5. il grado di benessere di un paese viene valutato in termini di
prodotto interno lordo e non come fattore di
Economie relazionali .
La cosa che rende perplessi tutti gli economisti moderni, sono proprio i cardini su cui si basa l’attuale sistema: l’insostenibilità nel medio termine e la ridistribuzione (aggiungerei assolutamente disequa) delle ricchezze, laddove il modello classico auspicava come obiettivo una rappresentazione grafica della ricchezza “a uovo”mentre la situazione reale mostra un effetto “a cuspide”. In questo la
teoria sul consumatore è rimasta indietro rispetto alla complessità dei quadro che viviamo tutti i giorni.
Non solo: il sistema odierno è causa di gran parte dell’instabilità globale, politica (conflittualità per l’accesso alle risorse cosiddette strategiche), economica (le cosiddette guerre di mercato, ma anche le speculazioni macroeconomiche sulle valute, sulle importazioni o sui debiti nazionali) e sociale (si va dal terrorismo, alle rivolte popolari, alle migrazioni di massa).
“Sono cambiate molte cose negli ultimi 300 anni... la gente non ha più l'ossessione di accumulare ricchezze a tutti i costi. Abbiamo eliminato la fame, la povertà e anche il bisogno del possesso. Siamo diventati più maturi. Gli stimoli adesso sono quelli di migliorare se stessi. Di arricchirsi moralmente” (Jean-luc Picard , La zona neutrale)
E’ l’idea stessa del valore che perde concretezza: la percezione del prezzo, supponendo che tutto abbia un prezzo, è oramai funzione di grande superficialità e disattenzione e giustifica l’arbitrarietà dell’offerta.
Talvolta non c’è effettivo lavoro, spesso c’è la schiavitù di qualcun’altro; non ci sono abbastanza idee, né creatività, c’è il plagio; non ci sono sufficienti laureati, c’è l’appiattimento delle potenzialità dei giovani; mancano gli investimenti a medio o lungo termine, ma troviamo il meccanismo del subappalto.
Dice il personaggio di un noto romanzo di fantascienza: “Le cose più belle della vita sono al di là del denaro. Il loro prezzo è agonia, sudore, devozione, e il prezzo richiesto per la più preziosa di tutte le cose della vita è la vita stessa, costo ultimo per un valore perfetto.” (R. A. Heinlein, Fanteria dello spazio).
Forse è “un pochino esagerato”, ma questo è il punto critico del discorso: stiamo barattando il possesso e consumo di oggetti (più o meno utili) contro l’effettiva qualità della vita, infilandoci allegramente in una spirale di indebitamento (non solo monetario, ma anche e soprattutto ambientale) irreversibile.
L’incapacità di comprendere tale sistema, o peggio, la sua totale accettazione porta, negli individui della società contemporanea, ad una rivisitazione della scala personale dei valori.
Prevalgono così gli egoismi e la “brevimiranza” e l’adozione di modelli più consoni a show televisivi con rapporti interpersonali basati sullo stile di vita, ovvero sull’apparenza piuttosto che sulla sostanza.
A scapito di un effettivo ideale di progresso individuale e collettivo e, in definitiva, di un futuro come raccontato in Star Trek. E se il paragone vi fa sorridere, riflettete sul fatto che per molti versi già viviamo su di un’astronave nello spazio, con l’unica, grave, controindicazione che non ne abbiamo alcun controllo.
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Il peccato più grave della nostra società è il lasciarsi andare ad un senso di impotenza che sembra aver contagiato tutti. Smettiamola di dire che non possiamo fare nulla per cambiare le cose: se dividiamo i nostri giorni con questo sistema, è perché lo sosteniamo. E comunque, tutti viviamo di contraddizioni! Questo però non è un motivo sufficiente ad abbandonare la lotta. Quindi, ora tocca a noi: abbiamo una forza immensa, e possiamo farla valere! Ognuno di noi è irripetibile ed unico, non c’è nessun volto uguale ad un altro, e proprio per questa unicità e singolarità siamo tenuti tutti ad assumerci le nostre responsabilità nei confronti della storia.” (Alex Zanotelli, “I poveri non ci lasceranno dormire”)