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Editoriale - Luglio 2010
Gli editoriali“Amo la velocità della vita moderna e tenermi aggiornato con le ultime informazioni. Quando atterrano gli alieni voglio essere il primo a saperlo” (Thomas Campbell , Neewsweek)

Può un sovraccarico cognitivo deformare la nostra percezione della realtà?










Editoriale - Luglio 2010

di Giancarlo Manfredi



“Il primo diluvio è stato di acqua, il secondo è il diluvio dell'informazione” (Pierre Levy).

Siamo in tanti al mondo e sempre più cerchiamo o creiamo informazione sulla rete globale.
Secondo la stima elaborata da uno studio di EMC Corporation, nel 2010 si toccheranno i 1,6 miliardi di navigatori: dopo l’unità di misura della memoria in "exabyte", già si parla di “zettabyte” (mille miliardi di gigabyte) e gli “yottabyte” (un milione di miliardi di gigabyte).

Inevitabilmente, ogni volta che viene inserito un documento sul web aumenta la quantità di informazione disponibile, ma anche la complessità che rende difficile ritrovare e riconoscere una specifica notizia. A questo si aggiunge la nostra (pessima) abitudine di navigare superficialmente da un sito web all’altro, distratti dalle perline e dagli specchietti, senza più dedicare tempo al momento della riflessione.

Così, come sotto un diluvio veniamo sommersi da una quantità di dati tale da non riuscire più a scegliere una specifica notizia sulla quale focalizzare l'attenzione e prendere un’eventuale decisione: è l’information overloading!



“Stiamo introducendo il nostro cervello in un ambiente nuovo e chiedendogli di fare cose per cui non era evoluto. Si vedono già le prime conseguenze” (Adam Gazzaley, neuroscienziato)

E’, insomma, il paradosso dell’Asino di Buridano, un asino affamato e assetato è accovacciato esattamente tra due mucchi di fieno con, vicino a ognuno, un secchio d'acqua, ma non c'è niente che lo determini ad andare da una parte piuttosto che dall'altra. Perciò, resta fermo e muore di fame.

Di questo se ne sono velocemente impadroniti i cosiddetti “gatekeeper”, guardiani simbolici dei cancelli dell’informazione che, utilizzando la nostra "evanescente" memoria e meccanismi di filtro, distorsione, riduzione, negazione, distrazione, blandizia, minaccia, possono arrivare falsare la percezione della realtà.

Questa, naturalmente, non è un’invenzione dei nostri tempi e lo scrittore George Orwell ne parlava nel romanzo "1984" descrivendola come “fantascienza”; quindi, se legittime e sacrosante sono le nostre opinioni su ciascun argomento, il dubbio resta se i fondamenti di tali “prese di posizioni” siano del tutto fondati sull’obiettività e sulla conoscenza.

Citando Giovanni De Mauro, in un suo editoriale sulla rivista Internazionale: "Lampadine, candele, fiammiferi, libri, strumenti musicali, matite, vestiti, scarpe, materassi, lenzuola, federe, pasta, tè, caffè, cioccolato, noci, shampoo, balsamo per capelli, automobili, frigoriferi, computer, computer portatili, cemento, calcestruzzo, legname da costruzione, frutta sciroppata, succhi di frutta, marmellata, giocattoli di plastica, albicocche, prugne, uva, avocado, carne in scatola, pomodoro concentrato, noce moscata, ciliegie, kiwi, mandorle, melograni, zucche, angurie, cipolle, salvia, pepe nero, patatine fritte, frutta secca, stoffa, carta, vasi da fiori, carote, piante d’appartamento, coriandolo, sesamo, articoli per la scuola, biscotti, omogeneizzati per bambini, acqua minerale, aceto, carne fresca, giornali, rasoi, stufe, canne da pesca, cavalli: sono alcuni dei prodotti che nel corso degli ultimi tre anni Israele non ha fatto entrare nella Striscia di Gaza per ragioni di sicurezza."


"In condizioni di terrore, la maggior parte delle persone tenderà a conformarsi, ma altre no... Umanamente parlando, nient’altro è necessario, e nient’altro può essere chiesto perché questo pianeta rimanga un posto adatto per l’esistenza dell’uomo.” (Hannah Arendt)

Cerchiamo di ragionare sull’argomento con un esempio concreto…

Proprio sull’internet, in pochi tentativi e grazie ad un buon motore di ricerca, possiamo sapere che, secondo la Conferenza di Ginevra del 1958, “il limite nel quale uno Stato può esercitare il controllo sui natanti che vi transitano è di 12 miglia nautiche, circa 23 Km.”.  La Conferenza di Montego Bay del 1982 ha introdotto il concetto di “mare territoriale”, estendendo però il limite a 24 miglia, calcolato dalla linea dei capi, ossia dai segmenti che uniscono i capi della costa, unicamente per le seguenti attività:

•    prevenire la violazione delle proprie leggi di polizia doganale, fiscale, sanitaria, di immigrazione, delle leggi sulla pesca o sullo sfruttamento delle risorse sottomarine;
•    reprimere le violazioni alle stesse leggi, qualora siano commesse sul suo territorio o nel suo mare territoriale.

Ancora da internet leggiamo che "una marina nazionale  può intervenire in acque internazionali in caso di pirateria accertata o, nel caso di una guerra civile, può fermare, visitare e catturare qualsiasi nave che si proponga di recare aiuto in armi o armati agli insorti."
In ogni caso vige il principio generale che “ogni nave è sottoposta esclusivamente al potere dello Stato di cui ha nazionalità: lo Stato di bandiera o Stato nazionale ha diritto all’esercizio esclusivo del potere di governo sulla comunità navale e esercita siffatto potere attraverso il comandante considerato come organo dello Stato.”

Le stesse leggi e normative del diritto internazionale si possono (ehm, si dovrebbero) applicare nel caso dei pirati somali nell’oceano Indiano come nel disastro della "DeepWater Horizon" o nell’attacco alla “Freedom Flotilla”, naturalmente con risvolti tra loro molto diversi.

Eppure le cose non vanno a questo modo e soprattutto, al di là del clamore di cronaca, sembra proprio che l’informazione  tradizionale non ci venga esattamente proposta in questa maniera: non ci dovremmo forse inquietare?


“La buona domanda a me pare più: - Come stiamo cambiando? - che non l’implicito giudizio contenuto nel chiederci: - Era meglio prima? - ” (Giuseppe Granieri)

Ben si presta, dunque, il problema della navigazione nel cyberspazio quale analogia della navigazione dell'arca nel diluvio delle informazioni, ma che cosa si deve salvare, che cosa si deve mettere nell'arca, come navigare?

Banalmente diremo che è condizione necessaria la presa di coscienza del problema; occorrono quindi gli appropriati strumenti culturali prima che tecnici per orientarci e filtrare l'informazione.
 
In secondo luogo, dobbiamo realizzare pienamente che il Word Wide Web, non è soltanto un’enorme massa di informazione distribuita in rete, ma il punto di incontro tra opinioni diverse e alternative.

Così, grazie ai collegamenti tra un documento e l'insieme di quelli a lui correlato si arriva a dipingere uno specifico punto di vista e, nel contempo, una panoramica approfondita sull’argomento. Quindi con l’atto di pubblicare qualcosa (un editoriale ad esempio, ma anche un post sul nostro blog, un commento ragionato ad una notizia, etc...) non soltanto possiamo creare informazione (o disturbo: a voi scegliere), ma offrire un quadro d'insieme sistematico che permette confronto e pluralità di pensiero.

Com'è che dicevano sull'Enterprise? Ah, si, "Infinite diversita' in infinite combinazioni"...






Postato Martedì 29 giugno 2010 da kalt
 
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