Editoriale - Agosto 2010
di Giancarlo Manfredi
Soran [Studiando il visore di Geordi]: - Hai mai pensato ad una protesi meno appariscente? Qualcosa che ti faccia sembrare più normale?
Geordi: - Com'è normale?
Soran: - Beh, bella domanda... normale è come tutti gli altri. Tutti tranne te.
(dal film "Star Trek: Generazioni")
Come spiegare la distanza (astronomica) che intercorre tra la visione del sé, la percezione del reale e la passiva accettazione dell’apparenza
Il noto filosofo e matematico
Bertrand Russell una volta ha scritto che
“…le fanfare e l’essere molto in vista fanno molto di più ai fini della persuasione di quanto non lo possa fare il più elegante treno di sillogismi.”
Presupposto implicito in questo pensiero è che, come nei mondi virtuali le regole del gioco possono essere cambiate e quindi manipolate da abili programmatori, così nella “
real life” ci sono dei meccanismi che vengono adottati in maniera sistematica per dare concretezza e significato a ciò che, in sostanza, è un mero punto di vista.
Quello che è
l’atto critico della riflessione – che ci si aspetterebbe di trovare in ogni persona adulta – viene inibito con un malefico mix di disinformazione, depistaggio, distrazioni, minacce e blandizie in grado di ricondurre la realtà al solito talk show dell’irreale…
"Abbiamo tutti dentro un mondo di cose; ciascuno un suo mondo di cose! E come possiamo intenderci, signore, se nelle parole ch'io dico metto il senso e il valore delle cose come sono dentro di me; mentre chi le ascolta, inevitabilmente le assume col senso e col valore che hanno per sé, del mondo com'egli l'ha dentro? Crediamo d'intenderci; non c'intendiamo mai!"
(Luigi Pirandello, Sei personaggi in cerca d'autore)
Che la comunicazione non sia cosa banale siamo tutti d’accordo…
Pensate, ad esempio, alla necessità di colloquiare via computer con un’astronave aliena: prima ancora del messaggio nonché del software applicativo per la sua gestione, debbono attivarsi numerosi “strati” di
protocolli informatici comuni e concordati.
Differenti rappresentazioni numeriche - scolpite nei circuiti hardware - e incompatibilità dei diversi sistemi operativi renderebbero, infatti, impossibile qualsiasi scambio intelligibile di informazioni.
Subentra poi il problema dei caratteri, quindi quello dei fonemi e solo a questo punto del processo possiamo iniziare a discutere di grammatica e sintassi.
Metafore e paradossi, sineddoche, le
forme retoriche della comunicazioni più complesse compaiono immediatamente dopo e ancora non siamo entrati in merito al contenuto, la
semantica di un messaggio.
Nel mondo (clamorosamente ingenuo oppure geniale, fate voi) di Star Trek esiste uno strumento, il “
traduttore universale” in grado di superare tutte queste problematiche.
Ma ancora la fantascienza (ispirata senza dubbio dalla realtà scientifica) suggerisce di tenere conto delle diverse
forme di comunicazione interspecie basate, ad esempio, su sequenze di colori o sulla gestualità simbolica o sull’emissione e riconoscimento olfattivo di feromoni e altre sostanze chimiche.
Se è vero che noi umani ci siamo evoluti con l’abilità di riconoscere gli stati emotivi dei nostri simili - captando i numerosi segnali anche non verbali deduciamo stati mentali anche complessi da una smorfia, una risata o una postura del corpo – il discorso si complica in base alle differenti caratteristiche, ovviamente di razza (lo scodinzolare felice di un cane è, per un gatto, messaggio di grande nervosismo) e soprattutto di cultura (il nero non è il colore del lutto per tutte le popolazioni della Terra).
Infatti è solo alla fine di questo lungo
"iter" che arriviamo ai meccanismi della psicologia, sociale e individuale, ovvero ai "
significanti" che danno spessore e contenuto (razionale quanto emotivo) ad un messaggio apparentemente neutro all’atto della sua emissione.
"È Maya, il velo ingannatore, che avvolge gli occhi dei mortali e fa loro vedere un mondo del quale non può dirsi né che esista, né che non esista; perché ella rassomiglia al sogno, rassomiglia al riflesso del sole sulla sabbia, che il pellegrino da lontano scambia per acqua, o anche rassomiglia alla corda gettata a terra che egli prende per un serpente." (Arthur Schopenhauer, Il mondo come volontà e come rappresentazione)
Non è un caso se usiamo dire che “non esiste cieco peggiore di colui che non vuole vedere”.
Affrontare la realtà con dei modelli precostituiti, ecco il problema.
Che sia “men duro” accettarsi per come si è (e non come ci vedono gli altri), o “prendere le armi” contro un mare di preconcetti? Essere o apparire? La pazzia del principe di Danimarca è contagiosa, ma
la realtà che vediamo, persino quella allo specchio, è un artefatto che ci siamo costruiti attorno.
Senza scomodare Platone (ed il
mito della caverna), Kant (con il suo “
noumeno” o cosa in sé) e nemmeno la strega cattiva di Biancaneve, ebbene quella che ci appare ogni mattina mentre ci laviamo i denti, è sempre una persona diversa.
Dipende dall’umore del momento tanto quanto dalle pressioni che ci arrivano dal mondo esterno.
Poi usciamo di casa e ci mettiamo del nostro indossando, prima ancora degli abiti, dei costrutti mentali, una sorta di lenti che colorano e deformano il mondo con l’unico fine di rassicurarci.
Per questo siamo suscettibili verso i (falsi) consolatori; è per evitare il contrasto che cediamo di fronte a chi urla le sue prepotenze; è per amore del quieto vivere che ne accettiamo il punto di vista anche se in veritiero o addirittura a noi deleterio.
L’idea generale è che ammettere di essere “diversi” (onel torto, o in errore) è avvertito come una minaccia in termini assoluti. Il fenomeno, conosciuto come “ritorno di fiamma” , è un meccanismo inconscio di difesa che tende a evitare la dissonanza cognitiva.
Indossiamo, insomma, il costume del gregario e comunichiamo (persino con il nostro aspetto) per compiacere la tribù e la sua gerarchia.
Possiamo persino arrivare, proprio come il personaggio del romanzo orwelliano "1984", ad amare il
Grande Fratello, condividendone principi e obiettivi.
Così facendo perderemo per sempre la nostra dignità e, insieme a lei, la nostra anima.
"Ogni volta che la gente si dimostra al corrente di fatti e notizie succede che essi siano anche degni di fiducia da parte del loro governo” (Thomas Jefferson, 1789)
Ma allora chi si occupa di “teoria del complotto” è un esaltato ha o veramente ragione?
Lo scrittore
William Burroughs aveva un’idea che divenne in seguito famosa:
"Io ho parlato frequentemente di parola e di immagine come virus o come sostituti di virus, e questo non è un allegorismo.”
Questa teoria, che fa corrispondere direttamente il
linguaggio ad un virus, potrebbe essere l'antitesi più estrema del concetto di “linguistica strutturalista” di
Ferdinand de Saussure, il sociologo che concepiva il linguaggio come una costruzione razionale e per il quale la relazione tra concetti immaginati e il discorso pronunciato erano basati solo su convenzioni sociali.
A farla semplice, per Burroughs (che invece riprende la “
Memetica” di
Dawkins) certi discorsi hanno effetti contagiosi.
Prendiamo per buono questo concetto e ne discende che anche le “
teorie del complotto”, come tutti i
miti metropolitani, possono essere frutto di una brillante operazione di disinformazione.
Proprio tutti?
Forse.
Certamente in ogni
occasione che ci si presenta di fronte distinguere il messaggio vero da quello falso, vedere il mondo senza pregiudizi e soprattutto riconoscere il proprio sé da un’identità imposta dagli altri, è ardua missione anche per l’equipaggio dell’
Enterprise.